Concorso di scrittura: 2° Premio – Categoria 19 – 27 anni

da | Dic 18, 2023 | eventi, La voce dei nostri assistiti, Notizie

Concorso di scrittura per i 100 anni dell’Aeronautica Militare

Maria Sofia Trisolino

CENTO ANNI DELL’AERONAUTICA MILITARE: UN RACCONTO ESPRESSO

Quando il cielo comincia a imbrunire e il silenzio notturno attorno a me diventa assordante, mi cade spesso addosso una malinconia che difficilmente riesco ad allontanare. Prende il mio cuore, lo stringe stretto stretto e non mi lascia alcuna alternativa se non quella di vagabondare tra ricordi, fantasie e storie. Di storie, in effetti, me ne intendo: dacché sono in vita, ascoltare le storie altrui è sempre stata la mia principale occupazione. Penserete per questo che sono impertinente o, nella migliore delle ipotesi, ficcanaso. Intendo, dunque, annotare brevemente alcune doverose informazioni a proposito della mia sconosciuta identità. La prima volta in cui ho avvertito la sensazione di essere viva risale al giugno del 2013, dieci anni fa. La protuberanza più alta del mio piccolo corpo si è ritirata improvvisamente a causa della pressione esercitata da un dito che non sapevo ancora essere umano. Un calore sempre più intenso ha pervaso perfino il centimetro più remoto della mia figura e, subito dopo, un odore vigoroso emanato da me senza preavviso ha riempito ogni angolo del luogo in cui mi trovavo. «Il caffè è pronto, è lì nella macchinetta», ho sentito dire. Ho scoperto in quel momento che quel piccolo miracolo che sono in grado di compiere, la trasmutazione dell’acqua nella suddetta odorosissima bevanda, corrisponde a un rito quotidiano a cui gli umani non riescono a rinunciare. La ripetizione sempre uguale a se stessa della produzione a mio carico della più economica tra le droghe d’ogni tempo ha appagato nel corso di questo decennio il mio bisogno di dare uno scopo alla mia esistenza. Mentirei se dicessi che per me non è motivo d’orgoglio il rapporto di dipendenza che, prescindendo dalla mia volontà, è venuto a crearsi nell’identica reiterazione dei medesimi gesti che ruotano intoro a quei germogli 2 cresciuti nei territori situati tra il tropico del Cancro e quello del Capricorno, o almeno così ho sentito dire. Difatti non ho mai viaggiato altrove, ma è mia abitudine condurre la mia immaginazione in luoghi lontanissimi grazie ai racconti che silenziosamente ascolto e cerco di comprendere. Quando ho emesso il mio primo profumato vagito, mi trovavo – e ancora oggi mi trovo – in un piccolo cantuccio situato in uno sterminato hangar, grande al punto che le onde sonore emesse dalle ugole umane, infrangendosi contro la lontana parete opposta, errano fino a tornare nel loro punto di partenza. Le parole vengono così riflesse all’indietro, tanto che le mie orecchie, ubicate nel luogo di emissione, sono in grado di udirle più di una volta. Ho sempre ritenuto che la mia mente riuscisse a memorizzare le storie ascoltate grazie a questo singolare fenomeno sonoro, che permette al mio udito di moltiplicarne l’ascolto. Tuttavia, il sopraggiungere della saggezza e, ahimè, della vecchiaia, ha fatto nascere in me una nuova teoria per dare una spiegazione alla mia memoria di ferro: se è vero che il verbo ricordare è composto da cor-cordis «cuore» e dal prefisso re-, il compito di richiamare al cuore le storie ascoltate nella mia carriera di distributore di gioia allo stato liquido è facilitato dal fatto che le persone di cui tali storie narrano occupano stabilmente lo spazio del mio cuore metallico. In questo hangar, adibito a ricovero dei velivoli feriti e bisognosi di cure, ho incontrato numerosi volti di uomini che, pregando un po’ la Madonna di Loreto e un po’ il proprio santo di fiducia, in gioventù si arruolarono volontariamente nel corpo dell’Aeronautica e ivi hanno scelto di rimanere sinora per difendere e sorvegliare lo Spazio Aereo nazionale. Una volta, tre anni or sono, ho perfino incontrato i talentosi fiati della Banda musicale, a dire di tutti i più bravi d’Italia. Tuttavia, non sono le storie dei celebri membri della Forza Armata ad essermi più care, ma quelle di chi ogni giorno con dedizione e passione si reca in quel luogo fatto di parole, di lavoro manuale, di condivisione di competenze tecniche e di vita, che rende costoro così diversi e così vicini al contempo. Tra una chiacchiera e l’altra di chi arriva al mio cospetto per concedersi una piccola pausa caffè, ho appreso moltissime cose che, nonostante il trascorre del tempo, custodisco gelosamente nella mente. 3 In tal modo sono venuta a conoscenza di due storiche imprese titaniche: la prima di Cesare Suglia, militare italiano che nel lontano 1913 intraprese uno tra i primi e più noti viaggi aerei a lunga distanza volando da Torino a Bari a bordo di un Bleriot XI; la seconda, nota come “folle volo”, di Gabriele D’Annunzio, con la quale nel 1918 furono lanciati da otto Ansaldo S.V.A. migliaia di manifesti ideati dal poeta affinché gli austriaci mettessero fine alla guerra. Quest’ultima poco dopo trovò la sua fine, ma, certamente, non fu l’ultima guerra dell’età contemporanea. Le esigenze belliche spinsero i vertici del Bel Paese a rafforzare gradualmente le forze aeree, che divennero importanti a tal punto che alle operazioni in cielo fu dedicata una forza armata autonoma, la Regia Aeronautica, nata in seguito all’emanazione del Regio decreto del 28 marzo 1923. Giunti a questo punto, i lettori più attenti – colti da un crescente stupore – si chiederanno: «Come può una giovane macchina del caffè conoscere approfonditamente la storia del secolo scorso?». Ebbene, il merito del mio sapere storico è imputabile a Domenico Garbascoli, un paffuto maresciallo ormai in pensione appassionatissimo di storia contemporanea. Assetato di conoscenza e di caffè, innanzi a me Domenico aveva raccontato numerose volte di aver nutrito in gioventù l’ardente desiderio di iscriversi al corso di laurea in Filosofia, suo secondo amore. «Il primo amore non si scorda mai!» diceva a proposito di Marinella, il suo primo, giovanile e sempiterno amore, nato a Sperlinga, un piccolo borgo a pochi passi da Enna, dove i due s’erano incontrati per la prima volta e mai più lasciati. Per amore di Domenico, Marinella aveva deciso di salutare il paesello che le aveva dato i natali, per partire in cerca di fortuna in Veneto, a Vicenza, dove il marito Domenico avrebbe lavorato per dieci anni in un aeroporto ormai dismesso. Lei, invece, avrebbe svolto il mestiere della sarta, appreso quasi per osmosi quando era bambina dalla nonna materna Clara, specializzata nell’arte del cucito come la maggior parte delle sue coetanee in terra sicula. Riferendosi a quel decennio, Domenico aveva spesso confidato ai suoi interlocutori di aver trascorso anni molto duri, lontano dai suoi fratelli e dal suo amato sole, alleviati in parte dalla presenza di Marinella in parte dai grandi volumi che aveva divorato nelle sere 4 invernali. Era riuscito in questo modo a farsi una vastissima cultura, studiando a fondo la storia della Forza Armata di cui si onorava di essere parte. Nel periodo a ridosso della pensione, Domenico era diventato particolarmente nostalgico e spesso ricordava gli aneddoti della sua giovinezza. Esordiva sempre allo stesso modo – «Ai miei tempi…» – e non smetteva di parlare per l’intera durata della sua pausa. E io me ne stavo lì, zitta zitta, a guardare i suoi buffissimi baffi bianchi intrisi di caffè che si muovevano al muoversi della sua bocca. Il maresciallo Garbascoli, nonostante i numerosi anni di lontananza, non aveva mai dimenticato la sua calda Sicilia, di cui sottolineava spesso l’importanza ricoperta alla metà degli anni Quaranta, quando le sue coste videro lo sbarco degli Alleati, a cui seguì, il 25 luglio del 1943, la caduta del Fascismo. Con l’armistizio e il nuovo governo del generale Badoglio, l’attività bellica dell’Aviazione Italiana non aveva cessato di esistere, ma aveva persistito fino alla resa tedesca nel maggio del 1945. Mi pare di aver ascoltato le parole di Domenico decine e decine di volte e, nonostante ciò, ogni volta non smettevo di stupirmi per il senso di tristezza che leggevo nei suoi occhi tutte le volte che narrava gli eventi del 1946: il caro Domenico, ripensando a quel momento di vitale importanza per la Nazione, si rammaricava profondamente di non aver potuto – per motivi anagrafici – partecipare al celebre referendum indetto in quell’anno. Del resto, il 1946 per Garbascoli risultava essere considerevole non solo per via della timida scelta della repubblica, a favore della quale si schierò poco più della metà degli elettori, ma anche per la nuova denominazione della Regia Aeronautica, che da lì in poi prese il nome di Aeronautica Militare. Il processo di rinnovamento avviato nel Secondo dopoguerra, inaugurato con la scelta di un nuovo nome, riguardò un cospicuo numero di ambiti: dapprima con il passaggio dall’elica al jet e poi con l’arrivo del supersonico F-104 Starfighter, un caccia intercettore lungamente impiegato nei nostri cieli, la maestria dell’Aeronautica Militare divenne sempre più grande e riconosciuta a livello internazionale, soprattutto dopo la firma del Patto Atlantico e la conseguente cooperazione tra i paesi aderenti. Il grado di pregevolezza raggiunto dall’Aeronautica nel medesimo periodo fu sotto gli occhi di tutti o, per meglio dire, sopra gli occhi di tutti grazie alle manifestazioni aeree della Pattuglia Acrobatica Nazionale, nata a Rivolto nel 1961 sotto la guida del maggiore 5 Mario Squarcina, incaricato di costituire la Pattuglia scegliendo i piloti che di lì in avanti avrebbero eseguito le esibizioni acrobatiche nel cielo. Il cielo, tuttavia, non è il confine ultimo esperito nel corso del secolo di vita dall’Aeronautica Militare: nel 1964 l’Italia divenne la terza nazione al mondo ad aver messo in orbita un satellite artificiale, il San Marco, frutto delle preziose capacità di progettazione degli ingegneri italiani. In seguito, numerosi furono coloro che contribuirono al progresso aerospaziale, tra i quali è opportuno ricordare Maurizio Cheli, Roberto Vittori, Luca Parmitano e, infine, Samantha Cristoforetti, pilota militare formatasi all’Accademia Aeronautica di Pozzuoli, protagonista nel 2014 della missione Futura volta al raggiungimento della Stazione spaziale internazionale a bordo di un veicolo Sojuz. Ogniqualvolta mi sia capitato di ascoltare i racconti di Domenico Garbascoli, perfino io, piccola macchina di provincia, ho provato la sensazione di toccare le stelle con una delle mie protuberanze meccaniche e di volare oltrepassando le nuvole. So che la mia natura e la funzione per cui sono stata creata rendono per me impossibile il compimento delle stesse gesta di cui si fregia chi è parte della Forza Armata, ma l’entusiasmo e la spigliatezza con cui il maresciallo riferiva quanto aveva appreso grazie ai suoi studi e all’esperienza pregressa hanno sviluppato in me la capacità di immaginare mondi lontani e di proiettarmi in essi. Ancora oggi, nonostante il sopraggiungere del pensionamento di Domenico mi impedisca di conoscere le imprese più recenti, mi capita – soprattutto nelle ore notturne, quando tutti lasciano questo aeroporto per adempiere ai propri doveri familiari – di fantasticare con la mente, immaginando di essere a bordo di un Lockheed F-35 insieme a uno dei piloti che talvolta si recano al mio cospetto per bere un caffè espresso in compagnia. Sull’attuale vita di Garbascoli, purtroppo, non so nulla. Ho sentito dire che spesso lamenta un senso di nostalgia verso il vecchio caro lavoro, al quale ha dedicato molta parte della sua vita. Ed è così che lo immagino: con il suo solito sorriso sul viso, addolcito ormai da qualche ruga e dai candidi baffi, mentre con cura maneggia i suoi amati libri in compagnia della fedele Marinella. Questo, però, non è il luogo per i sentimentalismi. 6 Intendo, per tale ragione, concludere questa sezione di memorie, sperando che la lettura sia stata di vostro gradimento e rimandandovi alle pagine successive, qualora abbiate il desiderio di impiegare il vostro tempo per leggerle.

centenario dell’Aeronautica Militare