Concorso di scrittura: 1° Premio – Categoria 19 – 27 anni

da | Dic 18, 2023 | eventi, La voce dei nostri assistiti, Notizie

Concorso di scrittura per i 100 anni dell’Aeronautica Militare

Valeria D’Auria

FUTURA

 “Attenzione prego, ultima chiamata, si pregano i passeggeri di raggiungere il gate 14”. Andai verso mia figlia, che intanto si era occupata di racimolare una colazione per entrambi nonostante la folla. Brioche alla crema e un caffè americano. “Grazie”, le sorrisi. Ci accodammo e dopo mezz’ora circa eravamo in fase di decollo. Socchiusi gli occhi per quelli che mi parevano fossero stati pochi attimi, quando li riaprii eravamo già tra le nuvole. Mia figlia seguiva con gli occhi socchiusi un anime giapponese sul suo portatile, e io non osai disturbarla; aveva vissuto un brutto periodo ed era sempre stanca, meglio lasciarla riposare, quando riusciva. Anch’io mi lasciai cadere in uno stato di profonda reverie, in cui ero un giovane ingegnere che, su un velivolo di sua costruzione, sperimentava per la prima volta l’ebrezza di poter tagliare per lungo mezza Italia, da Milano a Roma, proprio come stavo facendo io insieme ad altre centinaia di persone. Ma lui, almeno all’inizio, era solo con le sue idee, ignorato dal suo paese natale, il grande Caproni. In seguito fu proprio uno dei suoi velivoli, il biplano Caproni Ca.66, il primo bombardiere strategico al mondo, a vincere il concorso indetto dal Ministero dell’Aeronautica nel ‘24, un anno dopo l’istituzione della Regia Aeronautica. Nonostante fu ritenuto dai presidenti Roosevelt e Truman uno dei due creatori dell’aviazione mondiale, insieme ai fratelli Whrite, ad un certo punto il governo italiano smise di stanziargli i fondi e iniziò a rifornirsi altrove, ma almeno fu nominato “conte”. “Scusi signore, gradisce qualcosa da bere o da mangiare?”, fui riportato all’istante alla realtà. “No, grazie.”, la hostess proseguì la ronda, il fruscio della lunga coda di cavallo sulle sue spalle una fievole eco. Mi risistemai sul sedile e ritornai tra i miei pensieri, in un passato di innovazioni ma costellato anche di molte sconfitte. Sì, perché prima di raggiungere gli standard attuali l’Aeronautica ne ha dovute subire perdite in battaglia, prima durante la prima guerra mondiale e poi durante la seconda. Negli anni del primo governo Mussolini la flotta aerea italiana era di molto inferiore, a livello qualitativo e quantitativo, a quelle di paesi come Francia, Inghilterra, Germania, e sopra tutti gli States, che convertirono le innumerevoli fabbriche sparse sui vasti territori per la costruzione di potenti aerei. Eppure il nostro Caproni, nato in territorio austriaco, era conteso da molti, dato il suo spirito innovatore e la sua tenacia, ma scelse comunque di lavorare per l’Italia, e questo lo portò alla rovina. L’Italia era terra arida per chi guardava un po’ troppo al di là del proprio naso, verso un futuro brillante. E la stessa fine fece Marconi. Mi chiedo, come molti prima di me, perché nessun italiano avesse colto l’enorme potenziale di radio e aviazione in quei primi decenni del ‘900 in cui avremmo potuto unire le due cose, integrarle a esercito e marina, e combattere davvero le due guerre con criterio e pianificazione. Al contrario vennero mandati a morire giovani aviatori pieni di entusiasmo e speranza che non avevano nulla se non “gli occhi per piangere”. E questo avvenne perché nessuno voleva ammettere che si dovevano fare dei grandi cambiamenti a livello logistico, che vigevano dinamiche clientelari atte allo spreco di denaro pubblico dagli industriali, che non eravamo la grande potenza che dicevamo di essere, esistente più in forma di propaganda che nei fatti concreti, che vi era una cronica mancanza di finanziamenti, che, come i bambini, ancora litigavamo su chi dovesse comandare sull’altro, invece di capire che per vincere bisogna unire le forze. E che, come i bambini, ci piaceva di più giocare a vincere primati inutili invece di utilizzare le grandi innovazioni e le grandi menti dietro ad esse per costruire un futuro prolifico. L’anno in cui si decise finalmente di razionalizzare la produzione fu il più azzeccato, il ‘43. Inutile parlare delle scelte poco consone del governo Mussolini. Come Icaro, l’Italia voleva sfruttare le correnti ascensionali del fascismo per elevarsi al cielo, per poi cadere infaustamente perché non capace di volare se non con inutili stratagemmi, con quelle ali di cera simbolo del desiderio diabolico di superare i limiti della condizione umana. La verità è che la situazione dell’aviazione rifletteva la situazione generale italiana, e sarebbe stato meglio rimanere neutrali e tranquilli, mettere da parte l’ego e prendere atto della nostra incompetenza e mancanza di risorse rispetto agli altri paesi coinvolti, invece di inneggiare nelle piazze ad una libertà inconsistente. La svolta avvenne nel ‘49 con l’adesione dell’Italia alla NATO; ne consegue la standardizzazione degli aerei e della logistica, allineati con le più avanzate ricerche statunitensi che puntano alla semplicità e funzionalità degli apparecchi, sia in ambito militare ma soprattutto civile, il che rese possibile anche una svolta nel commercio e, più intimamente, nella vita della gente comune. Per pubblicizzare la ripresa aeronautica si svolsero manifestazioni dimostrative, riprendendo la tradizione del raid collettivo, ma se prima le acrobazie, così come le guerre, venivano effettuate con aerei in legno, senza radio e già superati, ora si adoperano velivoli eccellenti, costituendo quelle che saranno le “Frecce Tricolori”. Sebbene la Storia, con i suoi meccanismi e intrecci, mi abbia sempre affascinato, l’Aeronautica è entrata a far parte della mia vita sotto forma più di sogni e fiabe che non di date. Sono cresciuto sulle spalle di mio nonno, a quel tempo abbastanza forti da reggere il peso di un bimbo senza padre e la scomparsa prematura di un figlio, e su quelle spalle ancora dritte e possenti mi portava di museo in museo, con questi bellissimi giganti di ferro a riempirmi gli occhi, e intanto mi raccontava la storia della sua vita. Questo lo capii molto dopo, crescendo, perché lui non parlava mai in prima persona, ma si inventava storie epiche, basate su eventi reali, i cui protagonisti erano gli eroi del futuro, gli “aviatori”, figure leggendarie pronte anche a sacrificarsi in nome della patria, e forse questo era il suo modo di farmi accettare il fatto che non avrei mai conosciuto mio padre. Elevandolo a eroe il dolore diventava più accettabile. Renato morì che non avevo neanche un anno, durante una missione umanitaria in uno dei tanti paesi che rivendicarono la propria indipendenza dopo la caduta del Muro di Berlino. Mia madre e lui si conobbero proprio in uno di quei campi minati a cielo aperto, lui aviatore, lei infermiera. Appena saputo della gravidanza, mio padre la mise sul primo aereo per l’Italia, con un grande sorriso e la certezza che presto avrebbe potuto provvedere alla sua famiglia. Avrei potuto seguire le orme di mio nonno e di mio padre, arruolarmi e fare carriera nell’Aeronautica, ma il mio animo fu sempre sospinto da una forza creatrice che, se non avessi seguito, mi avrebbe indebolito. Il mio sogno era quello di far andare l’uomo oltre le colonne d’Ercole dell’atmosfera per raggiungere lo spazio siderale, così seguii il percorso per diventare ingegnere aerospaziale e riuscii nel mio intento, riuscendo a collaborare anche in missioni di ridondante importanza come “Futura”, in cui vi partecipa anche il Capitano Samantha Cristoforetti, pilota dell’Aeronautica Militare e astronauta dell’Agenzia Spaziale Europea, nonché prima donna europea al comando della Stazione spaziale internazionale.“Astrosamantha”, com’è conosciuta sui social, non si limita ad essere “donna” per raggiungere la notorietà e il cuore dei più giovani, ma ha sempre studiato e dato il massimo in tutto riuscendo, sempre con massimi voti, a ottenere due lauree prima e tre ad honorem in seguito. La sua passione non si limita allo spazio, legge di tutto, ampliando le sue conoscenze alla sfera umanistica, alla natura, allo yoga, e soprattutto all’educazione dei più giovani con cui vuole comunicare e rendersi accessibile attraverso video di divulgazione. Mia figlia ne è una vorace seguace, e io non potrei esserne più felice, la stimo molto e la supporto nei momenti di debolezza, quando la paura di non farcela si fa strada tra i mille pensieri di un’adolescente. Atterrammo in anticipo, ci accolse il Generale di Stato Maggiore con un’auto che ci condusse direttamente nella casa di riposo in cui alloggia mio nonno, che quel giorno compiva cento anni insieme all’Aeronautica italiana. Ci abbiamo sempre riso su, il suo destino era segnato dalla nascita e per omaggiarlo gli feci confezionare un album rilegato in pelle e oro con le foto scattate prima di “volare” in campo; grande impressione mi fecero quelle scattate durante la Battaglia d’Inghilterra, in una si vede anche un cane di piccola taglia al centro dello Stormo in posa, motivo di gioco e speranza durante tanta tensione. “Papà, come stai? Hai perso il pelo ma non il vizio, sempre il solito.” Gli diedi un bacio in fronte, mentre fumava uno dei suoi sigari più pregiati, concessogli dagli infermieri come unico strappo alle regole. Si faceva voler bene da tutti, era un omone duro all’apparenza, impressione che svaniva non appena apriva bocca. Aveva il dono dell’umorismo, gli piaceva mettere a proprio agio le persone, comprenderle senza giudicare, e in un modo o nell’altro rendeva qualsiasi situazione piacevole e conviviale. “Camilleri fumò tutta la vita e non mi sembra che se la passò male.” Il segreto della longevità è rimanere sempre coerenti con se stessi, mi venne da pensare. Parlammo del più e del meno, dei nostri cari, delle celebrazioni che ci sarebbero state quel giorno, del tempo che passa ma sembra ripetersi, apportando sempre qualche miglioria in più ad un progetto che sembra destinato a non concludersi mai, e che costituisce le vite di noi tutti. “E Futura come sta? Ogni tanto Angelica mi viene a trovare e mi tiene al corrente dei suoi progressi.” Futura è mia figlia, un omaggio a Lucio Dalla che scrisse il brano omonimo una decina di anni prima dell’89, un giorno che era di passaggio a Berlino e si fermò su una panchina a fumare, contemplando quel muro ormai diventato tela di espressione artistica e consumato dal più recente capitalismo che vorrebbe far posto a centri commerciali e parcheggi multipiano. Angelica, mia madre, è rimasta molto legata a mio nonno e, dato che sta a Roma, gli viene a far visita e, complice, gli porta regali sfiziosi come i sigari e i dolci. Lo tiene sempre aggiornato su mia figlia, che ha lottato per anni contro il Sarcoma di Ewing al midollo, e nonostante tutto ha una vitalità inesauribile che l’ha portata al primo anno di medicina. Tra l’altro in occasione del centenario dell’Aeronautica si è organizzata una raccolta fondi per apparecchiature più all’avanguardia in favore dell’AIRC, fondazione impegnata nella lotta contro il cancro. “Che te ne pare se glielo chiedi tu stesso?” I suoi occhi ebbero un guizzo improvviso e il suo viso parve ringiovanire di vent’anni. La feci entrare, si strinsero in un abbraccio delicato e in un attimo tutte le parole del mondo si vuotarono di senso per confluire in quell’unico istante. Andammo a pranzare nel nostro locale di fiducia e smaltimmo con una passeggiata al Giardino degli Aranci, prima di riavviarci in aeroporto. L’aria era fresca ma si stava bene anche in maniche corte, il tempo pareva essere andato altrove e aver lasciato in pace i comuni mortali per qualche ora, giusto il tempo di osservare con lentezza la vita assumere svariate forme e colorazioni, senza smaterializzarsi nell’inconsistenza delle “cose da fare”. “Che stai vedendo per ora? Sono a corto di film da vedere prima di dormire.” Dissi, per amore della conversazione frugale. “Sono sicura che non conosci Miyazaki Hayao, ti piacerebbe. Ha fondato uno studio d’animazione chiamandolo con il nome di un vento, il Ghibli, il vento del deserto libanese “così forte da modellare le pietre splendenti di cristalli”, quello che una volta raggiunto il Mediterraneo diverrà il più umido Scirocco. Ghibli fu anche il nome di un biplano Caproni e lo stesso ingegnere compare in “Si alza il vento”. Miyazaki ama l’Aeronautica italiana, nella sua forma più romantica e romanzata, come si può vedere anche in Porco Rosso, non tanto per la sua forza distruttiva, ma per la forza dei sogni di chi ha contribuito al realizzarsi dell’aviazione in generale. Caproni puntava al trasporto civile, altri dopo di lui alle stelle. C’è sempre questo vento in sottofondo che altro non è che lo spirito del tempo in cui viviamo, che smuove le coscienze verso obiettivi più grandi, non individualistici.” “Magari stasera mi fai vedere qualcosa”, che meraviglia mia figlia, non finiva mai di stupirmi. I contrasti tra di noi ci facevano apprezzare ancor di più le cose in comune, e il tempo condiviso. Il cielo cominciò ad ardere, facendoci sentire protagonisti e spettatori di un momento irripetibile, e oscurando la cupola di San Pietro che si ergeva imponente come una lapide, a ricordarci di quanto infimi siamo a pensare di valere qualcosa da soli, di come la morte e la vita si succedono al solo scopo di arrivare sempre più lontano nel sogno comune. Varie emozioni si insinuarono tra le pieghe del mio viso e, non potendole più controllare, una lacrima solitaria si fece spazio rigandomi il viso. Mi sentivo investito di tante responsabilità, come padre, come marito, come cittadino, come ingegnere, e mi sentii subito rasserenato dallo sguardo di Futura, che era già ben oltre il mio, proiettato più lontano di quanto io potessi mai immaginare di arrivare. In breve si fece largo l’oscurità e ritornammo a casa. “Aspettiamo che ritorni la luce Di sentire una voce Aspettiamo senza avere paura, domani”

Immagine in evidenza: Jiro Hirokoshi ed il Conte Caproni (Si Alza il Vento – Hayao Miyazaki)

centenario dell’Aeronautica Militare